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Ho il diritto di portare un’arma?

Fermo. Santa Petronilla. I Carabinieri irrompono in un appartamento dove si tiene un festino di sesso e droga, quando ecco allontanarsi in auto due uomini con a bordo una pistola semiautomatica con puntatore e 2 caricatori con 29 proiettili calibro 9×21, regolarmente denunciata per uso sportivo. Stante l’orario notturno e l’assenza di poligoni di tiro nelle vicinanze, l’arma viene sequestrata dai Militari dell’Arma.

Cosa accade?
L’art.699 del codice penale e l’art. 4, comma 1, della Legge per il controllo delle armi, la n. 110 del 1975, vietano di portare fuori casa armi senza licenza, pena il reato di porto abusivo. Non esiste infatti in Italia un diritto alle armi, come invece sancito negli Stati Uniti addirittura in Costituzione con il secondo emendamento. Anzi, da noi vige un generale principio di divieto per il cittadino di portare armi, sull’assunto che il monopolio dell’uso della forza per tutelare l’ordine pubblico spetta allo Stato e alle Forze dell’Ordine, quindi la concessione di un porto d’armi costituisce sempre un’eccezione, rimessa alla valutazione discrezionale della pubblica amministrazione.
In particolare la Questura e/o la Prefettura sono chiamati a valutare l’affidabilità del richiedente il porto d’armi al fine di prevenire possibili abusi nell’uso delle armi a tutela di ciascuno.

Così non basta appartenere a una categoria professionale a rischio – es. essere un ricco imprenditore o un commerciante di preziosi – per ottenere una licenza di porto d’armi. È necessaria sempre un’istruttoria che dimostri come l’arma rappresenti, non una scelta personale per fronteggiare scenari ipotetici di pericolo, bensì una necessità reale per la difesa personale.
Inutile asserire che nel proprio lavoro si maneggia danaro o che in prossimità della propria abitazione si sono registrati furti o che ci si sente minacciati dai propri condomini, se non si prova di dover fronteggiare un pericolo diretto, concreto, attuale.

Il senso di insicurezza dei cittadini, tuttavia, è in aumento e cresce la paura tanto per l’incolumità fisica, quanto per la tutela dei beni.
C’è chi, potendo spendere, ricorre alla sicurezza della vigilanza privata, chi invece preferisce magari lasciarsi accarezzare dall’idea di una giustizia fai da te, ricorrendo a licenze di porto di fucile uso caccia e più spesso per il tiro a volo, il cosiddetto uso sportivo.
Cresce così il rischio che l’arma, strumento di difesa domestica di emergenza, venga utilizzata per risolvere contese tra rivali o comunque per affermarsi in ambienti degradati, come il caso in questione dimostra.

A mio avviso la sicurezza pubblica non passa dunque dal diniego di un diritto alle armi di difesa personale, ma attraverso maggiori investimenti in uomini e mezzi delle Forze dell’Ordine e una più celere ed efficiente azione della magistratura.

avv. Andrea Agostini


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