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Sentenze poco comprensibili: indice di sfiducia nella giustizia

A cosa serve pronunciare una sentenza «In nome del popolo italiano» se poi proprio il cittadino non ne intende il significato rischiando di perdersi nei meandri infidi del formalismo? A essere onesti, verrebbe meno l’art. 101 della Costituzione e il suo bellissimo «La giustizia è amministrata dal popolo».

A partire da un sondaggio tenuto dal Consiglio d’Europa, l’Italia è il Paese europeo meno soddisfatto e col minor tasso di fiducia nei riguardi della giustizia. Solo il 14% degli intervistati ammette di essere pienamente soddisfatto, a fronte di una media europea del 46% e con addirittura 14 punti di gap dal Paese meno fiducioso.

I motivi di tutto ciò, facili da individuare ma non da risolvere.
La normativa vigente è un ammasso di regole stratificante nel tempo, per le quali manca una riforma che metta un po’ d’ordine.
Sul piano linguistico, la redazione dei testi risulta essere poco comprensibile. La mancanza di chiarezza e di purezza nei contenuti è lo specchio dei molteplici passaggi, dell’interpretazione, delle continue intese e dei compromessi che portano all’approvazione finale. Questo rende un concetto permeabile a più interpretazioni, esattamente ciò che un testo giuridico (quindi applicabile nel concreto) non dovrebbe essere. Di conseguenza si dà corpo a decisioni contrastanti che non fanno altro se non allungare i tempi della giustizia e alimentare la sfiducia del cittadino. Quest’ultimo, poi, non riesce a venire a capo dell’iter stesso della sentenza: i passaggi, i cambi, i dettagli. L’oscurità pervade il testo.

Quando non si crede più nella giustizia, viene a mancare l’ultimo appiglio utile per avere fiducia nello Stato. E in questo stadio può succedere di tutto, in quanto il cittadino sente di dover ricorrere alle proprie e uniche forze per cercare di sopravvivere in quella che, ormai, vede solo come una giungla ostile.
Lo Stato non è questo. Lo Stato è unione. È giustizia.
Ricordiamolo.

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