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I testimoni di giustizia e l’odissea lavorativa

La vita di un testimone di giustizia, già di per sé non propriamente rose e fiori, può riservare delle brutte sorprese anche in ambito lavorativo. È quanto si evince dalla lettera scritta da G.C., che aveva denunciato l’infiltrazione della camorra nelle grandi opere, e indirizzata all’attenzione del ministro dell’Interno.
La sua situazione non è facile, in quanto vive la situazione di «precario del personale amministrativo tecnico e ausiliario che lavora nella scuola (ATA)», una posizione, la sua, sempre gestita differentemente dalle altre sue pari anche per ovvie ragioni di sicurezza.

«Nonostante la legge 45/2001 preveda l’aspettativa retribuita per chi è inserito allo speciale programma di protezione in località segreta», si legge, «a me non è stata applicata questa normativa. Nello specifico, in regime di speciale programma di protezione e in attesa di ricevere decreto di trasferimento in altra località lavorativa diversa da quella di cui ero titolare e quindi pubblicamente visibile, per attuare questo trasferimento ho dovuto attendere molti mesi giustificando le mie assenze dal lavoro con certificati medici emessi da medico della polizia e che non sono transitati tramite Inps con protocollo elettronico ma inviati al referente del Ministero dell’Istruzione regionale che aveva rapporti con il Servizio centrale di protezione».
Una situazione non certo agevolata dal riconoscimento di una disabilità civile del 75% causata da una patologia cronica invalidante, il che ha fatto in modo che G.C. venisse inserito nelle categorie protette a mansioni ridotte.

«Tutti i certificati prodotti venivano di concerto con il Servizio centrale di protezione inviati ad un referente dell’ufficio regionale che a sua volta li inviava alla scuola che mi aveva in carico: giustamente ho ricevuto detrazioni sullo stipendio ma mai a parametro zero». Una situazione perpetratasi per tre anni, «ma oggi mi sono visto comunicare che il responsabile del ufficio regionale sta facendo la rescissione del mio contratto per troppi giorni di assenza di malattia. Perché non ho gli stessi diritti di tutti i lavoratori portatori di handicap? Come è possibile che nonostante le mie domande di assegni familiari in tre anni non ho ricevuto un euro? Perché vengo trattato in maniera discriminatoria?» G.C. prova a rispondersi: «Perché sono un testimone di giustizia e perché, come più volte mi è stato detto, il direttore dei servizi generali non mi vuole in quella scuola perché è pericoloso avermi per tutti gli alunni e docenti».

Una conclusione amara: «Il diritto al lavoro non può essere calpestato per la paura di avere un testimone come personale Ata. Chiedo al Ministro di intervenire per chiarire la mia posizione e di prendere in visione le certificazioni di malattia prodotte. Se mi verrà tolto il lavoro per me sarà l’ennesima sconfitta e la dimostrazione che chi denuncia perde tutto: noi testimoni siamo morti viventi».

Da una parte si potrebbe anche appoggiare la posizione tenuta dal direttore dei servizi generali, ma dall’altra non si può fare a meno di riflettere sul concetto di giustizia.

 

Fonte: Ansa.it

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