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La truffa dei bolli contraffatti sugli atti giudiziari

Scoprire l’illecito, molto spesso, è un piacere. Quando questo viene commesso e perpetrato da coloro i quali dovrebbero essere espressione di giustizia e difesa delle parti, invece, il piacere lascia spazio alla tristezza.

È il caso dell’ultima scoperta in tema di truffa nei confronti dello Stato: l’apposizione di contributi unificati falsificati sugli atti depositati in tribunale. Un fenomeno che non ha un’ubicazione precisa (si stima, infatti, che gli uffici giudiziari coinvolti vadano da Palermo a Milano) e per il quale vengono utilizzate bobine prodotte in Cina o sottratte, anche con compiacenza, ai rivenditori autorizzati dal Monopolio di Stato.
I primi sequestri hanno portato alla luce 2 milioni di euro in contributi unificati, mentre ben 106mila rotoli in bianco sono stati rinvenuti in mano ad alcune organizzazioni di falsari. Si stima, in base ai sequestri effettuati, che la frode erariale vada da un minimo di 30mila a un massimo di oltre 1 miliardo di euro. Un danno sì per lo Stato ma anche per le parti coinvolte, le quali si trovano a dover pagare un’altra volta per non vedersi rendere nullo il processo.

«È un’emergenza nazionale», spiega il col. Francesco Ferace del comando dei carabinieri Antifalsificazione monetaria, tanto che siamo di fronte a un «fenomeno non quantificabile: è impossibile compiere una analisi di tutte le pratiche depositate in tutti i tribunali italiani. Abbiamo fatto accertamenti a campione, scoprendo in una sola indagine il coinvolgimento di ben 600 studi legali che utilizzavano queste marche da bollo false». Una truffa che coinvolge tutti gli uffici giudiziari, come confermato da Ferace: «Abbiamo individuato contributi unificati irregolari nei tribunali di Milano, Torino, Palermo e Bari. A Roma in una cancelleria penale sono stati trovati 6mila documenti con marche da bollo contraffatte». Sono stati riscontrati casi nei tribunali civili e penali, una larghissima diffusione tra i giudici di pace, nei tribunali amministrativi e persino in Consiglio di Stato.

Il mercato di falsificazioni è spalmato in tutta Italia. «Agiscono falsari di livello», spiega il col. Ferace, «con competenze tecniche di alto profilo. Si tratta di tipografi e grafici che operano con attrezzature tecnologicamente avanzate. È impossibile riconoscere a occhio nudo una marca da bollo falsificata: anche un esperto, dotato di strumenti professionali, impiega comunque del tempo prima di avere la conferma che si tratti proprio di valori bollati fasulli».

Le tecniche usate sono essenzialmente due: 1) una con marche da bollo originali (di solito con valore 0,26 centesimi), 2) l’altra con bobine prodotte in Cina o provenienti dal Poligrafico. In entrambi i casi, però, il tocco da maestro è dato dalla clonazione di un codice a barre già utilizzato, per il quale verrà cercato un nuovo numero distintivo più alto nella sezione apposito dal sito dell’Agenzia delle Entrate. Il risultato è stato definito un lavoro di pregio, una riproduzione fedele delle marche stampate dalle macchinette del Poligrafico dello Stato in dotazione ai rivenditori autorizzati. In più si è accertata l’esistenza di un mercato parallelo dei codici a barre dei bolli già stampati.

Tutto ciò, come spiega il colonnello Ferace, in un misto tra consapevolezza e non: «È capitato di imbatterci in professionisti consapevoli di rivolgersi a falsari, altre volte erano inconsapevoli dell’acquisto, fatto magari all’ultimo momento prima di entrare in aula».

 

Fonte: IlSole24Ore

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