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Apocalisse umanitaria: cosa rimane dopo i populismi

In questi giorni è in libreria il 15° Rapporto sui Diritti Globali 2017; il titolo Apocalisse Umanitaria non è confortante. Il dossier raccoglie e commenta i fatti dell’anno con particolare riferimento “ai processi connessi alla globalizzazione e alle sue ricadute, sotto i vari profili economici, sociali, geopolitici e ambientali, osservati in un’ottica che vede i diritti come interdipendenti” (dirittiglobali.it); è curato dalla Società INformazione ed edito dalla CGIL.

Dall’introduzione al volume emerge chiaramente che uno dei principali pericoli è rappresentato dal riemergere dei populismi, che nelle parole di Marco Revelli riprese dal curatore Segio, sono il prodotto del risentimento del popolo che non si sente rappresentato. Tale reazione di solito si individua nell’odio verso la casta e l’elité degli intelluati, ritenute responsabili di decisioni anti-popolari e contro l’interesse nazionale. Oggi esso assume invece una nuova connotazione: l’odio viene canalizzato, non solo verso l’alto, ma anche e soprattutto si realizza verso il basso, verso le classi ancora più svantaggiate.

Il caso dell’Italia e dei migranti è esemplare. Esiste infatti una discrepanza tra la percezione del fenonemo dell’immigrazione e la sua reale entità (la maggioranza dei cittadini italiani pensa che gli immigrati presenti in Italia siano il 30%, anziché l’8% della popolazione) che è colmato solo dalla rappresentazione che emerge dai canali di informazione e soprattutto dai social . Questi ultimi sono diventati il “tratto unificatore” del ceto declassato, un mezzo non solo di comunicazione, ma di vera e propria relazione. Ciò che viene scritto nelle piazze digitali viene infatti in qualche modo sempre agito: basti pensare ai linciaggi digitali che hanno come bersagli non solo i migranti, ma anche le donne, gli esponenti della comunità LGBT, della comunità rom e della comunità ebraica.

Nel dossier è dedicato spazio anche al tema dello ius soli, proposta di legge risalente al 1992 il cui iter parlamentare è stato rimandato una nuova volta. Segio individua in questo ritardo il simbolo di un razzismo che si è “istituzionalizzato” e “democraticizzato”. Con tutta la problematicità dell’interpretazione il quadro che emerge è senz’altro quello di un Paese in bilico tra il baratro dell’odio e la fatica di immaginare ed attuare controcorrente soluzioni più inclusive.

 

Fonte: Ansa

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